La porta della sala si è aperta e si è richiusa. E’ entrato qualcun altro.
Sento il rumore ma non riesco a vedere chi è: c’è troppa gente a coprirmi la visuale. Eppure dovremmo esserci tutti, più o meno.
Sento l’aria fredda che è entrata, mista a un profumo particolare, leggermente piccante come una spezia, ma più fresco. Mi ricorda qualcosa…. Qualcuno.
Ma chi diavolo…?
Mi sporgo dalla sedia per vedere meglio.
Guardo.
Lo vedo.
Mi blocco.
Lo guardo ancora. E poi ancora. E ancora.
Tre istanti INFINITI per osservarlo senza essere vista.
Cerco e trovo tutti i dettagli presenti nei miei ricordi: lo sguardo limpido e vagamente ironico, i tratti regolari del viso, le labbra morbide dischiuse in un sorrisetto adorabile, le movenze sicure e nello stesso tempo così delicate da far pensare a un gentiluomo d’altri tempi trasportato nel presente per sbaglio. Le mani:quelle mani che conosco così bene e che per anni hanno ridefinito la geografia del mio corpo. Il suo dopobarba: dopo che l’ho lasciato, ho dormito notti intere avvinghiata a una sua camicia per poterne respirare il profumo.
Tutto combacia,
passato e presente,
i miei ricordi di allora e il LUI che ho davanti in carne e ossa, qui e ora.
Cazzo.
Perchè proprio qui? Non viene alle feste del mio paese da quasi 5 anni… praticamente da quando l’ho lasciato.
E’ stata la mia UNICA storia. Una storia seria durata tutta la mia adolescenza, dai 14 ai 20 anni. Sempre lui, solo lui.
Bel modo di usare un’età fatta per i cambiamenti, gli sbalzi, fatta per conoscere e per fare esperienze… ma credevo di essere nel giusto.
Da allora non si è più fatto vivo.
Avevo sentito dai discorsi degli altri che si era stabilito dalle parti del Piemonte, a farsi una nuova vita con una nuova ragazza.
Buon per lui, pensavo.
Non immaginavo minimamente che me lo sarei ritrovato davanti così a bruciapelo.
Sono infastidita.
Anzi, non infastidita: FURIOSA. In un attimo capisco la parola “territorialità”, e l’accezione con cui la usano gli etnomusicologi moderni che studiano la socialità dei gruppi di danze come il mio.
Territorialità.
Sei nel MIO territorio.
Tu, stupido ragazzo. Tu e tutta la valanga di ricordi che ti porti dietro.
Tu e la tua bellezza disumana che richiama il mio corpo infrangendo ogni mia volontà razionale.
Stupido.
E mi vedi. Fai quel sorriso disinvolto che ben conosco.
Mi vieni incontro. Mi saluti con due baci sulle guance, costringendomi a comportarmi da persona civile, al tuo pari.
Per fortuna so essere estremamente autocontrollata. Per TUA fortuna, sottolineerei. Ma non mi chiedere più di questo. Non sfidare la sorte.
E infatti…
LUI: “Balli?”
IO: “Ehm… L’avevo promesso a lui, questo ballo. Scusa”
Mi apposto a fianco di un uomo a caso e inizio a volteggiare per la sala al ritmo del suo passo mal assortito, saldando così una promessa mai fatta.
Finisce il ballo.
Lui, da seduto, mi punta.
Passo velocemente tra le braccia di un altro ballerino a caso, senza nemmeno dar tempo a LUI di farsi avanti di nuovo.
E così ballo dopo ballo. Ancora e ancora.
LUI. Tu.
Mi guardi, mi osservi dal tuo posto.
Innocuo, come una potenziale belva ingabbiata.
Al sicuro, come una potenziale preda sfacciatamente fortunata.
Tra di noi, una giungla di ballerini da poter scegliere.
Solo così può funzionare la serata.
Ma la danza, oltre alla tecnica, prevede una certa dose di creatività…
…che si traduce all’improvviso in un cambio di dama non previsto. Creatività dei musicisti. Ad un loro cenno, le donne cambiano partner, e io le seguo… Trovando TE come ballerino designato dalla sorte.
Ecco.
Eccoci. Ecco il tuo corpo e il mio, che si uniscono a dispetto dei nostri richiami e trovano in un attimo tutto quello che c’era da trovare: l’ incastro perfetto. Senza ostacoli, senza pensieri o altre formalità.
La musica nei corpi dissolve gli ostacoli della mente.
Ti sento, e vedo che sei coinvolto anche tu
Non siamo più ”io” e “te”, tu da una parte e io dall’altra. Siamo “NOI”.
NOI al centro …e il resto del mondo intorno.
Bel momento.
Peccato che quando finisce la musica, il “bel momento” si dissolve nel nulla.
Tu guardi l’orologio, dici:”Vabbè, meglio che vada”, recuperi la giacca con i tuoi soliti gesti misurati, e mi dai due bacini formali sulle guance. Nient’altro.
Come sei comparso, te ne vai.
Puf, un attimo ed è sparito tutto.
Momento bello.
Momento insensato, momento che non ha costruito niente, non ha lasciato niente.
Bello.
Bellissimo.
E STUPIDO.
Proprio come te.
E come il mio corpo, che si fida delle sensazioni mettendo a tacere l’autocontrollo della mente.
Stupido corpo.
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